SUL SOFA' DI CHICCA c'è':
Gabriella Aggazzotti (’12)
Gabriella Agazzotti

Gabriella Aggazzotti ha ricoperto sino al 31 dicembre 2012 la carica di preside della facoltà di medicina e chirurgia dell’università di Modena e Reggio Emilia, ateneo in cui è professore di prima fascia di Igiene. Si è laureata in scienze biologiche all’università di Modena, sua città natale, nel 1969 con 110 e lode, si è poi specializzata in virologia presso l’università di Bologna e in microbiologia presso l’università di Pavia. Nel 1982 diventa professore associato presso la facoltà di scienze matematiche, fisiche e naturali della stessa università e dal 1986 professore di prima fascia di igiene presso la facoltà di medicina e chirurgia. Tra i molti ruoli organizzativi ricoperti vi è quello di direttore della scuola di specializzazione in igiene e medicina preventiva e di presidente del vorso di laurea in medicina e chirurgia. Le oltre 200 pubblicazioni di cui è autrice trattano in particolare di epidemiologia e igiene ambientale. Gabriella Aggazzotti è un riferimento locale e nazionale per progetti e indagini ministeriali in ambito di igiene ambientale e di promozione della salute attraverso la prevenzione. È stata nominata Commendatore Ordine al Merito della Repubblica italiana nel 1998. Nel 2012 ha ricevuto il Premio internazionale Profilo Donna.

Dottoressa Aggazzotti... lei è stata una delle prime donne a presiedere una Facoltà di Medicina e Chirurgia, com’è stato il suo percorso?
«Sinceramente è stato molto impegnativo, perché la facoltà di medicina e chirurgia ha caratteristiche tutte particolari: la maggior parte dei docenti e dei ricercatori, infatti, oltre ai compiti istituzionali accademici di insegnamento e di ricerca svolge anche attività assistenziale entro il Servizio Sanitario Nazionale.
Il rapporto tra Università e Sanità è complesso, anche sotto l’aspetto normativo, e in continua evoluzione: questo significa per il preside un impegno a un confronto continuo, per garantire ai colleghi universitari la possibilità di svolgere adeguatamente nelle strutture dedicate, l’attività pratica che permette loro di essere docenti preparati e aggiornati a servizio del pubblico e degli studenti».

Domanda provocatoria... meglio parlare di prevenzione o di come guarire dalle malattie?
«È veramente una domanda provocatoria! Non c’è dubbio sul fatto che sia da privilegiare la prevenzione, anche se occorre scegliere quei comportamenti personali o quegli interventi collettivi che sono stati testati sperimentalmente e hanno dato prova di efficacia nel prevenire danni alla salute. Recentemente sono state pubblicate molte ricerche di economia sanitaria che hanno dimostrato come diversi interventi di prevenzione siano anche economicamente molto vantaggiosi sia per il singolo individuo, sia per la collettività, sia per il bilancio di Stato e Regioni».

Sappiamo che Lei è stata interpellata sulla correlazione tra salute e ambiente in riferimento al caso Ilva. Qual è la situazione a questo proposito?
«Il caso Ilva è emblematico della situazione di diverse aree italiane nelle quali non si è tenuto conto dei risvolti sulla salute della popolazione mentre si sviluppavano attività produttive sul territorio. La situazione a Taranto al momento è in miglioramento, ma per alcune patologie il tempo che intercorre tra la esposizione alle sostanze nocive e l’apparire di danni alla salute è lungo, anche decenni: in questo modo i benefici per la popolazione potrebbero diventare apprezzabili solo più avanti».
 
E per le donne?
«Tra le sostanze tossiche sono comprese le diossine, che possono avere effetto sulla funzione riproduttiva femminile, essendo state associate a endometriosi e sterilità. Nel caso dell’Ilva, però, questo aspetto è ancora in discussione perché uno studio condotto su donne in età fertile, non ha trovato differenze significative tra quelle che vivevano vicino allo stabilimento e quelle lontane.
In realtà lo studio dei rapporti tra fattori ambientali e salute è molto complesso, in quanto sono numerosi i fattori confondenti, come ad esempio le abitudini personali, quali il fumo di sigaretta attivo e passivo, l’alimentazione (tenendo conto anche della provenienza dei cibi e del consumo individuale) e tanti altri: questi fattori possono alterare l’associazione tra salute e fattori ambientali, sia in senso positivo che negativo».
 
La medicina di genere è una realtà operativa da soli 10 anni... a che punto è il suo sviluppo? Come è recepita dalla comunità scientifica e dalle persone?
«La medicina di genere, che si occupa in modo differenziato degli uomini e delle donne non limitandosi alle differenze sessuali e riproduttive, è considerata ancora oggi una realtà abbastanza nuova. Per fortuna l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), ente di diritto pubblico competente per l’attività regolatoria in Italia dei farmaci, di cui promuove l’impiego in sicurezza, è fortemente orientata alla promozione della medicina di genere e a supportare la ricerca in questa direzione.
Una delle differenze di genere più studiate oggi è infatti la diversa reattività ai farmaci da parte di uomini e donne».

Quali sono i maggiori fattori di rischio per le donne di oggi?
«Si sa da tempo che le donne sono meno a rischio degli uomini per eventi cardiovascolari legati ai classici fattori quali ipertensione, fumo di sigaretta, ipercolesterolemia, sedentarietà, mentre dopo la menopausa questa differenza si annulla. Ma vi sono molti altri fattori di rischio importanti per le donne di oggi, che mediamente conducono una vita carica di impegni di lavoro e di famiglia: lo stress e il sovraccarico di fatica sono associati alla depressione, che è riconosciuta come malattia che colpisce più le donne degli uomini.
Un’altra situazione di rischio, più frequente di quanto non si pensi, è rappresentata dalla violenza e dai maltrattamenti, che si verificano spesso entro la famiglia. Per fortuna questo fenomeno oggi è all’attenzione anche del legislatore. Sono poi importanti tutti i fattori di rischio comuni anche agli uomini, quali prima di tutto il fumo attivo e passivo, ma anche obesità e sovrappeso, e sicuramente la scarsa attività fisica».

Donne e alcol: secondo la ricerca scientifica che tipo di relazione esiste?
«Uno studio tedesco ha dimostrato che i soggetti alcol dipendenti hanno un tasso di mortalità rispetto alla popolazione generale quasi del doppio per gli uomini e addirittura quattro volte e mezzo per le donne. È stato anche dimostrato che la stessa quantità di alcol è più dannosa per le donne in quanto queste producono una quantità inferiore di enzimi in grado di metabolizzare l’alcol».
 
Dunque, non è mai troppo tardi per cambiare gli stili di vita?
«Certamente non è mai troppo tardi! La vita si è molto allungata, e la qualità della vita degli ultimi anni dipende moltissimo dallo stile di vita adottato in precedenza.
È qui dove funziona la prevenzione: i medici di medicina generale hanno il compito di fornire tutte le indicazioni utili per indurre quei comportamenti che sono stati riconosciuti efficaci nel prevenire diverse malattie. Tra gli interventi preventivi consigliati non dobbiamo poi dimenticare le vaccinazioni, per i bambini e per gli adulti: la vaccinazione antinfluenzale negli anziani, per esempio, recentemente si è dimostrata efficace anche nella prevenzione del danno cardiovascolare».

Come si è evoluta la professione di medico di medicina generale negli ultimi anni?
«Il medico di medicina generale non dovrebbe essere solamente il riferimento a cui si rivolge chi ha già un problema di salute, ma sempre di più deve svolgere un ruolo fondamentale nell’educare alla prevenzione i propri pazienti quando stanno bene. Si tratta di un atteggiamento che ha successo se prima di tutto questa idea viene fatta propria dalla popolazione e si concretizza in un rapporto tra medico e paziente basato su di una piena e totale fiducia reciproca. La formazione dei giovani medici in questi ultimi anni prevede anche questo aspetto: nel corso di laurea in medicina e chirurgia della nostra Università, lo studente frequenta per un certo periodo un ambulatorio di un medico di medicina generale e segue anche un insegnamento, con relativo esame, di medicina generale e cure primarie, durante il quale vengono affrontati anche i temi relativi al rapporto con il paziente e alla educazione alla prevenzione».

Tra le sue passioni c’è villa Cavazza, che Lei cura insieme alla sua famiglia e in particolare alla figlia e neo mamma Ludovica.
«In realtà è proprio mia figlia Ludovica, con mio marito Gianni e la loro più stretta collaboratrice, anche lei di nome Ludovica, che seguono da vicino le attività di Villa Cavazza; io sono con loro più con il cuore che con la presenza, almeno fino a quando la mia attività universitaria non si concluderà. Ma è comunque una grande soddisfazione pensare come questa struttura di famiglia, per altro fatiscente fino alla fine degli anni ‘80, sia stata riportata ai suoi antichi splendori di villa della corte ducale, e abbia potuto ospitare eventi straordinari. Purtroppo al momento una parte del complesso immobiliare è inagibile a causa del terremoto del 2012 e attualmente l’attività si svolge in forma ridotta. Confidiamo tutti comunque in un ripristino veloce, che permetta a Villa Cavazza di essere di nuovo cornice di mostre, concerti e iniziative culturali, ma anche di feste e matrimoni, tutte occasioni di allegria e di gioia condivisa».

 
 
Powered by Main Street Modena